Un Paese provvisorio

2,00

Categoria:

(AGENPARL) – Roma, 03 Settembre 2019 – Premessa del Libro Un Paese provvisorio di Luigi Camilloni.
Un Paese provvisorio, a partire dal nostro Inno nazionale «Il Canto degli Italiani», conosciuto meglio come «l’Inno di Mameli».

Fu scritto da Goffredo Mameli e musicato dal maestro Michele Novaro e adottato in via provvisoria dal Consiglio dei ministri del 12 ottobre 1946, ma è diventato ufficialmente l’inno nazionale solamente nel 2017, dopo «soli» 71 anni di provvisorietà….

Parlare dell’Italia senza citare Dante è semplicemente impossibile.

Mi tornano in mente alcune frasi del Sommo Poeta che al Liceo scientifico erano lette durante la lezione di italiano tra gli sbadigli generali, l’indifferenza e la noia mortale che provocava in classe. Una classe «in tutt’altre faccende affaccendata» per dirla alla Giuseppe Giusti.

Eppure oggi a distanza di tanti anni mi è rimasto impresso una frase di Dante Alighieri, forse per l’estrema attualità. È quella del Canto VI del Purgatorio che recita «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!». Da allora sembra che non sia cambiato granché in Italia.

Nel 1992, mentre l’intera classe dirigente italiana stava per essere spazzata via, processata, giudicata, condannata da Magistrati e cittadini e di fatto azzerata, gli 883 cantavano «hanno ucciso l’Uomo Ragno chi sia stato non si sa/ forse quelli della mala forse la pubblicità».

Nel 2019, ancora nel bel mezzo della crisi economica, potremmo tranquillamente affermare che «hanno ucciso la Politica e chi sia stato si sa e non certo quelli della mala o della pubblicità».

Nei discorsi di fine anno, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parla delle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare, dell’esigenza di un salto di qualità della Politica poiché ne è in gioco la dignità, la moralità, la capacità di offrire un riferimento e una guida.

Ed è proprio per questo motivo che è necessario riattivare il dialogo tra politica e società civile, specie sui temi che riguardano direttamente i cittadini.

Si tratta, insomma, di progettare il Futuro ripartendo dal rapporto tra classe Politica e i cittadini, perché se è vero che c’è ancora una grande domanda di politica è anche vero che la Politica deve ripensare se stessa e fino in fondo. Ciò vale a maggior ragione per quei Partiti che continuano a perdere iscritti: l’obbedienza cieca e assoluta ai loro capi è il veleno che ora li sta lentamente uccidendo.

L’impressione è che i prossimi anni saranno difficili, molto difficili per gli italiani. Spread, tasse alte, bassa scolarizzazione, istruzione scadente, disoccupazione, bullismo, baby gang, Tv diseducativa, manodopera non qualificata, tutela dei monopoli, difesa delle attività anti economiche e infrastrutture obsolete.

All’inizio degli anni Cinquanta, il reddito pro capite italiano era la metà di quello degli Stati Uniti mentre negli anni Novanta avevamo raggiunto l’80 per cento del reddito pro capite Usa.
Oggi siamo nuovamente discesi al 64 per cento, cioè un livello pari della metà degli anni Settanta.

Senza riforme di più vasta portata, l’Italia continuerà ad andare inesorabilmente incontro al declino.

Non solo. L’Italia purtroppo continua ad invecchiare.

Se non si riesce ad interrompere questo circolo vizioso, sarà necessario mantenere la tassazione elevata con la conseguente riduzione degli investimenti nel settore della Ricerca e dello Sviluppo.

E come può questo Paese sperare di crescere, se sulle spalle dei pochi che lavorano, grava un numero sempre maggiore di pensionati?

Durante gli incontri dei G7, l’assegnazione del potere nelle organizzazioni internazionali è ancora il riflesso un equilibrio successivo alla Seconda Guerra mondiale. Allora Germania e Giappone erano gli sconfitti. Oggi la maggior parte dei Paesi del Terzo Mondo sono progrediti e crescono a ritmi più elevati del Primo: molti dei programmi per computer sono scritti, tanto per fare un esempio, a Bangalore.

Tuttavia è l’Italia, non l’India e non la Cina, che siede al tavolo dei G7. E questo probabilmente non per molto.

Sulla crescita del PIL influisce anche la scarsa spesa militare poiché la tecnologia d’avanguardia è sviluppata nell’ambito dei contratti militari.

Negli Usa, le imprese tecnologicamente avanzate si mantengono e crescono grazie ai contratti con il Pentagono mentre in Italia le aziende del settore ricevono solo sussidi statali, che è il peggior modo di stimolare la R&S.

Siamo diventati una «Repubblica fondata sulle emergenze»: da quella sulla sicurezza a quella energetica, dall’abitativa all’affollamento carcerario, dall’immigrazione ai rifiuti, dagli incidenti sul lavoro agli incendi.

And last but not least, da tempo ci troviamo faccia a faccia con «la madre di tutte le emergenze», quella della disoccupazione.

E come stiamo affrontando la grave situazione che vede quasi ogni giorno chiudere i cancelli delle fabbriche con il conseguente licenziamento del personale?

Stiamo affrontando tutte queste emergenze non attraverso un’accurata analisi dei dati, bensì sulla scia emotiva da questi prodotta.

Una situazione destinata a riproporre gli stessi problemi in forma cronicizzata e ciclica. Basta confrontare un quotidiano di 35 anni fa con uno appena acquistato: stesse notizie, stessi problemi, nessuna soluzione.

L’Italia avrebbe bisogno di progetti immediatamente cantierabili e di una classe dirigente che, oltre a gestire il potere, sappia anche pensare. E di questi tempi, trovare uno che sappia coniugare potere e pensiero per sviluppare una strategia a breve e a lungo termine, risulta assai difficile.

Per smettere di navigare a vista e con una effettiva programmazione, l’Italia è alla ricerca di una nuova classe dirigente in grado di saper ascoltare, vedere ma soprattutto prevedere come sarà la società italiana tra dieci anni. Oggi purtroppo si continua a navigare a vista, senza un’effettiva programmazione del futuro.

Quando un sistema non è più in grado di competere, sono purtroppo i lavoratori e le loro famiglie a pagarne le conseguenze. Lo dimostrano le industrie che chiudono in Italia per aprire all’estero mettendo i dipendenti in cassa integrazione o licenziandoli per fine attività.

Sono anni che molte fabbriche hanno chiuso i battenti in Lombardia per trasferirsi nel Cantone Ticino, in Svizzera, ma non è solo un problema legato alle tasse.

E tuttavia le nostre élite, mai come oggi, sono scollegate dai problemi reali del Paese e dei cittadini: basti pensare ai dati diffusi dopo indagine condotta sui consigli di amministrazione di 223 società italiane quotate in borsa. L’83 per cento di queste hanno almeno un consigliere in comune, due nel 44 per cento. Una sorta di piccolo sistema di appartenenza e reti di affiliazione.

Dove è andata a finire Montesquieu e la divisione dei poteri? Politici dentro cordate economiche, elitè economiche che tracimano in Parlamento. E fermiamoci qui, senza andare oltre e nello specifico.

Il Paese arranca e sia le imprese che i cittadini cominciano a far fatica ad arrivare a fine mese (e questo succede ormai da anni).

Da grandi organizzatori del mondo antico, nel settore civile come in quello militare, nel diritto come nell’amministrazione e nell’arte delle costruzioni, ci ritroviamo ad essere un Paese completamente disorganizzato. Cosa è successo?

Forse vale la massima di Indro Montanelli secondo il quale «il bordello è l’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito è riconosciuto»?

«Forse uno dei guai dell’Italia è proprio questo, di avere per Capitale una città sproporzionata per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida ‘forza Roma’ allude solo ad una squadra di calcio» per dirla sempre alla Indro Montanelli.

La culla della cultura che ebbe da insegnare a tutto il genere umano, oggi sembra non conoscere più l’alfabeto.

Perché ora non riusciamo nemmeno a fornire i servizi pubblici, ormai sotto gli standard europei, quando invece dovrebbero essere omogenei in tutte le regioni?

Altrettanto indicativi sono i dati su istruzione, occupazione, sanità, Pil, risparmio, servizi pubblici e criminalità per capire che esistono varie Italie. Una il cui Nord che si ispira alla Baviera e l’altra il cui Sud si ispira alla Macedonia.

Un Paese diventato così il riflesso delle attuali élite, le quali godono privilegi e concessioni esclusive e perciò lontano dalle espressioni di comportamento liberali orientate al merito e alla responsabilità sociale e fatalmente lontano da una visione in chiave innovativa dello sviluppo economico.

Altro aspetto da non sottovalutare è che in Italia spesso e volentieri si ha una grande capacità di dimenticare in fretta.

Diceva Henry Ford che «la maggior parte della gente preferirebbe morire piuttosto che pensare». E aggiungerei anche ricordare.

La politica continua ad immiserirsi in dispute personalistiche e prive di interesse e programmi elettorali che, quando ci sono, sembrano libri.

Mi vengono in mente i laburisti in Inghilterra che persero le elezioni proprio perché presentarono agli elettori un programma di circa 300 pagine. Il Times lo definì «il più lungo biglietto di suicidio della storia».

Anziché avere statisti capaci di mettere in riga la Nazione, abbiamo invece politici sempre più deboli ed imprenditori sempre più opportunisti e tanti (troppi) «furbetti del quartiere».

I vari blitz effettuati nel corso degli anni dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle entrate contro gli evasori fiscali parlano chiaro.

Trasformismo è la parola d’ordine. Per dirla con le parole del Sabbatucci, il trasformismo non è stato in Italia un vizio nazionale, ma un sistema di Governo che è durato oltre un secolo. E purtroppo in circolazione non si vedono che commedianti, attori e comici.

La conclusione è amara: ogni nazione ha la classe politica che si merita. Secondo Gaetano Salvemini «la politica italiana rappresenta per il 10 per cento il meglio del Paese, per il 10 per cento la feccia e per il restante 80 per cento ne è lo specchio fedele».

Eppure mai nella storia d’Italia dal dopoguerra in poi, ad eccezione del periodo di Tangentopoli, è stata sperimentata tale distanza tra partiti e cittadini.

Durante la prima Repubblica, i partiti hanno svolto una funzione fondamentale nell’allargamento della coesione sociale, nella costruzione del consenso allo Stato Costituzionale, nel disegno di un’unità e identità nazionale, anche più compiuta di quella ereditata dal Risorgimento in poi.

Un problema che non riguarda solo la mancanza di leadership, ma anche la forte marginalità degli obiettivi fondamentali della nostra democrazia come il miglioramento della competenza (istruzione, informazione, internazionalizzazione, internet) e della partecipazione civica.

Da una parte, infatti, c’è una sinistra che ancora segue la chimera della riduzione delle disuguaglianze economiche e dall’altra i moderati che rincorrono il sogno della meritocrazia. I risultati di questa doppia illusione sono sotto gli occhi di tutti: le disuguaglianze di ricchezze sono aumentate e i talenti sono in fuga.

Da tempo, i partiti hanno smarrito la loro natura, riducendosi a comitati elettorali più o meno allargati, se non addirittura a vere e proprie «famiglie allargate».

Così, in Parlamento siedono amici, parenti, mogli e fidanzate. Questa mutazione ha coinvolto, con differenze significative, quasi tutto il sistema politico, contribuendo alla precipitazione della crisi della politica.

E’ l’obbedienza cieca ed assoluta verso il «Capo», il veleno che sta uccidendo i partiti e le aziende di Stato e conseguentemente sta paralizzando l’intero Paese sotto ogni aspetto, dalla vita sociale a quella economica nonché quella politica.

E invece, confusamente, si evoca oggi una nuova stagione.

Dopo l’esaurimento della Prima e il fallimento della Seconda e proprio in questa situazione di forte evoluzione, le forze politiche per evitare il definitivo tracollo dovrebbero dare vita a una Terza Repubblica.

Per ricominciare a crescere occorrono quindi regole diverse.

Servono riforme e non riformisti del nulla. Tanto meno i controriformisti.

Le regole si cambiano solo se si ha il coraggio di abbandonare il mito della concertazione: non c’è nulla da concertare con chi gode di privilegi a danno della maggioranza dei cittadini.

Che scuola ed università si farà, se la si concerta con i professori? Come si possono cambiare le regole del mercato del lavoro se il presupposto di ogni cambiamento è il preventivo accordo con i sindacati, i quali difendono chi un lavoro già c’è l’ha e si interessano poco di chi è disoccupato?

L’Italia deve adottare con urgenza riforme su ampia scala per rendere i suoi mercati e le sue istituzioni (come le università e le banche) molto simili a quelle degli Stati Uniti. Non si tratta di imitare in modo passivo e acritico il sistema americano.

La lezione più importante che gli Stati Uniti possono dare all’Europa è la convinzione che gli individui rispondono agli incentivi.

Senza riforme serie e di vasta portata l’Italia continuerà il suo inesorabile declino, sia sul piano economico sia su quello politico.

La nuova generazione cresce in un Paese di «bamboccioni che non ce la fanno», che rinunciano, che cercano riparo nelle famiglie: è il ritratto impietoso di una generazione che sembra aver rinunciato a combattere, a provarci ma soprattutto a vivere in maniera dignitosa.

Ci troviamo di fronte ad un drammatico dato di fatto: l’Italia non è un paese per giovani, piuttosto di muli nazionali. Sangue, sudore e lacrime sembrano l’unica via.

«Tutti dovremmo preoccuparci del futuro: perché là dovremo passare il resto della nostra vita», affermava Charles Kettering.

Invece, oggi si continua ad avvelenare i pozzi e a creare, se non aggiungere, confusione alla confusione.

La Bibbia ci spiega che all’inizio il mondo era sprofondato nel caos. Come è noto, le cose da allora in Italia non sono molto cambiate.

Cambiare è uno sforzo che va fatto per il bene di tutti. E da lì che la politica e i politici devono ripartire, riflettendo e facendo le dovute considerazioni.

Bisogna volare alto, pensare a risolvere i problemi veri degli imprenditori che sono quelli di fare impresa, non di tagliare i costi.

Bisogna soprattutto passare dalla cultura convegnistica spesso troppo auto referenziale a quella dei work shop operativi, per fare vera formazione e creare gruppi di lavoro che potrebbero scambiarsi le reciproche esperienza e dar vita ad occasioni di business.

In Italia purtroppo abbiamo perso l’abitudine di «sognare», oggi chi vince sia in politica che in economia è chi coltiva una «visione», cioè chi è in grado di vedersi come sarà tra dieci anni; chi è capace di pensare alla grande anche nei piccoli progetti; chi possiede una squadra di sognatori motivati e che tiene il cassetto dei sogni sempre aperto.

Dietro il nulla c’è solo – purtroppo – il banale nulla. Cioè la mancanza di risorse intellettuali e morali da parte di una classe dirigente nazionale che ha fallito il suo compito.

E sarebbe davvero triste se per cambiare si dovesse sperare nuovamente nello sbarco della V Corpo d’armata statunitense.

Oggi in Italia abbiamo una nuova categoria: quella dei «qualchecosisti» come diceva Francesco Saverio Nitti. Bisogna fare qualcosa. Ma che cosa? Boh!

Con la speranza di aver lanciato un sasso nello stagno giusto come di non scrivere per il diario, soprattutto non credendomi affatto un teologo.

Vi auguro buona lettura.

Luigi Camilloni

Recensioni

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Un Paese provvisorio”

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *